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Schiele allo specchio

L’intensità, il numero, lo scavo interiore degli autoritratti di Schiele trova un solo possibile paragone in tutta la storia dell’arte: quello con Rembrandt. Fin dalle prime opere consapevoli, ancora da adolescente, Schiele si ritrae costantemente, utilizzando le tecniche più diverse: disegno, acquerello, pittura, fotografia. In un continuo dialogo con se stesso, Schiele espone sentimenti e passioni che vanno dal disagio all’angoscia, dall’ironia al compiacimento, dalla paura all’introspezione, mostrandosi in un’esibita e nuda fragilità. In questa galleria di autoritratti, spesso tormentati nella definizione scheggiata del fisico, nella gestualità nervosa e nell’espressione tesa e stravagante, è molto evidente l’influsso della psicoanalisi freudiana.

Mettendosi davanti allo specchio (un oggetto davanti al quale Schiele posa volentieri, anche in alcune fotografie), il pittore trasforma la propria immagine in una sorta di diario intimo, carico di tensioni e contraddizioni, ma anche profondamente sincero.

In tedesco, il verbo schielen significa “essere strabici” o “guardare di sottecchi”: suggestionato da un cognome vissuto come un destino, Schiele ha sviluppato il tema dello sguardo, che non si ferma all’apparenza delle superfici, ma scava nel profondo.

 

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Egon Schiele

Autoritratto con alchechengi

1912
olio e vernici opache su tavola, 32,4x40,2 cm